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Bio

    Senza altri equivalenti in Francia, Kim è diventato un importante songwriter malgrado i cambiamenti di moda e le crisi del disco capricciose, ispirandosi del meglio di ogni epoca e imponendo il suo stile dischi dopo dischi. Si è già parlato tanto della sua discografia impressionante, della ventina di strumenti musicali che suona, del suo padre ex-batterista di Jacques Higelin, della sua nascita a Cannes, dei suoi anni a Bordeaux prima del suo arrivo a Parigi, o ancora dei suoi blog e videoclip che si trovano dappertutto sul web.

    La sua carriera discografica comincia all’età di 16 anni, prima della moda dei baby rockers. Siamo nel 1994 e Kim decide di registrare il suo primo disco nello stile antifolk lo-fi con qualche anno di anticipo sul resto della scena francese. Non si sa nulla di lui. Meta italiano, meta francese, anglofono debuttante ma già polistrumentista, batterista prima di tutto, sognando di diventare illustratore di comics un giorno o l’altro. Kim Stanislas Giani si chiude nel suo home studio come Todd Rundgren, per un controllo totale della sua musica. Decide di mischiare il più possibile i suoi fantasmi musicali in un eclettismo vicino a quello di Robert Palmer. Si parla allora di lui come un bulimico musicale: i dischi si seguono a un ritmo frenetico, passando da un’etichetta a un altra, combina l’innocenza del folk alle chitarre del punk, la malinconia new-wave al groove del funk, usando piccole tastiere per bambini, batterie disco e singoli pop cantati con la sua voce alta, che ci ricorda altrettanto Neil Young o Prince.

    Kim gira tanto durante parecchi anni, la maggiore parte del tempo da solo, in una formula live minimalista e improvvisata, nell’idea del stand-up, accumulando un numero impressionante di prestazioni. Nel 2000, convinto del ritorno del rock garage, registra uno dei primi dischi di questo revival. Nel 2005 registra un disco postume  (ma senza essere morto) sul quale invita Herman Düne e altri amici ad accompagnarlo (“Kim is dead”). Apre per il gruppo francese Dionysos per diversi concerti tra cui l’Olympia (Parigi) ed il Zenith (Parigi). L’etichetta Vicious Circle decide di firmarlo per il disco “Don Lee Doo” che diventa la sua migliore vendita e gli permette di fare un centinaio di concerti in Francia, Belgio, e Germania. Diventato uno specialista dell’omnichord, registra con Olivia Ruiz sul suo hit (“Elle panique”) con questo strumento gioco. Dopo il successo di “Don Lee Doo”, intraprende di farne una trilogia e cosi registra “Mary Lee Doo” il suo diciotesimo disco …  Riconosciamo subito lo stile di Kim : omnichord onirico e soli di chitarre stile Jack White, organi di bimbi stile Pascal Comelade e sintetizzatori di hippies con batterie groovy, maracas, claps pop e slap di basso.

    “Mary Lee Doo” è la seguita logica del precedente disco, ma più immediato, con ognuna delle 10 tracce che potrebbe pretendere al ruolo di singolo. Gli anni 80 non sono lontani, quelle di Madonna e Prince, ma anche quelle di Kate Bush. I testi, più autobiografici, lasciano una sensazione intima e folk in contrasto totale con una musica ad alto potenziale radiofonico. Kim continua a sorprenderci grazie alla sua facoltà a registrare dischi straordinari e molto originali, fuori di ogni moda, sempre freschi e divertenti.